Nata in Marocco. Rinata in Italia. Mi chiamo Sana e sono una donna che oggi vive pienamente, ma che la vita ha dovuto conquistarsela attraverso anni di lotte e sofferenze. Il mio è un viaggio che inizia da lontano.
Bisogna tornare indietro nel tempo, a 36 anni fa, in uno dei Paesi più affascinanti del Nord Africa: il Marocco. C’era una giovane donna in attesa del suo primo figlio – sarebbe nata una bambina – e un giovane papà che, per costruire un futuro migliore per la sua famiglia, era partito in cerca di opportunità all’estero. Scelse l’Italia, la Toscana.
Quella bambina in arrivo ero io.
Sono cresciuta circondata dall’affetto dei miei nonni, dei cugini e della mia famiglia allargata. Di mio padre, invece, conservavo soprattutto il ricordo dei suoi brevi ritorni: avanti e indietro dall’Italia. Non ho potuto frequentare la scuola, perché era troppo costosa. Trascorrevo il tempo giocando, ricamando e aiutando mia madre come e dove potevo.
I primi segnali
Verso gli otto anni iniziai ad avere strani malesseri: vomito, svenimenti, debolezza. Cominciarono i primi ricoveri, ma senza una diagnosi chiara. Con il passare del tempo le mie condizioni peggiorano: trattenevo i liquidi e il mio addome era così gonfio che sembravo incinta. Mia madre era sempre più preoccupata e riuscì a convincere mio padre a portarmi con sé in Italia. Dovevamo tentare un’altra strada.
L’arrivo in Italia
Dopo mesi di trafile burocratiche, partii con il mio papà. Ero gonfia, stanca, dormivo quasi sempre perché i miei organi cercavano di risparmiare le ultime energie. Arrivammo a Ceuta, poi in Spagna e infine in Italia.
Era settembre 2001.
Fummo subito indirizzati all’ospedale di Pontedera. Qui i medici compresero immediatamente la gravità della situazione e fui trasferita d’urgenza all’ospedale di Massa, specializzato in cardiopatie pediatriche. Dopo due mesi di accertamenti, mentre le mie condizioni continuavano a peggiorare, si decise il mio trasferimento agli Ospedali Riuniti di Bergamo. Purtroppo, per me esisteva un’unica possibilità: il trapianto.
Il primo trapianto: il cuore
Il 14 novembre 2001 entrai per la prima volta agli Ospedali Riuniti di Bergamo e fui inserita in lista d’attesa con carattere d’urgenza.
Ho vissuto cinque mesi intensi. La mancanza di mia madre accanto a me era un dolore costante. Mio padre, pur essendo presente, doveva lavorare e non poteva starmi vicino in ogni momento. Nel frattempo imparavo l’italiano, grazie anche alla “scuola in pigiama” organizzata nel reparto in cui ero ricoverata.
Fu necessario affidarmi a una famiglia affidataria che si era resa disponibile ad accogliermi. Sentivo attorno a me tanta attenzione e capivo che molte persone stavano facendo il possibile per aiutarmi. Eppure vivevo una situazione difficile da spiegare: era come essere sospesa tra due mondi, tra la sofferenza e la speranza. Poi, un giorno di primavera, arrivò la chiamata: c’era un cuore compatibile per me. Forse era l’inizio di una nuova vita.
Era venerdì. Alle 22 entrai in sala operatoria. Non ho ricordi particolari: solo lo sguardo del chirurgo e il mio sorriso. Poi il buio.
L’intervento andò bene. Dopo quattordici giorni fui dimessa, con controlli settimanali da seguire scrupolosamente. Avevo tredici anni, il viso gonfio per il cortisone, peli ovunque e la mascherina. Eppure avevo fame di vita. Volevo vivere. A volte pesavano gli sguardi degli altri, le domande inopportune, le difficoltà quotidiane. Ma dentro di me erano più forti la speranza e il desiderio di costruire il mio futuro.
Ripresi la scuola: studiavo con impegno, ballavo, viaggiavo molto. Mi diplomai. Iniziai una bella storia d’amore con Luciano, il ragazzo che sarebbe diventato mio marito. Ogni giorno, preparando le medicine, mi ricordavo una cosa semplice e straordinaria: stavo recuperando la mia vita.
Un nuovo ostacolo: la dialisi
Nel 2020 una grave polmonite danneggiò i miei reni e mi costrinse alla dialisi. Il dolore fisico era devastante, ma quello emotivo lo era ancora di più. Anche il cuore, dopo tanti anni, iniziava a dare segni di cedimento.
Pensai che forse il trapianto non sarebbe stato il capitolo decisivo e definitivo della mia storia. Il 4 febbraio 2021 iniziai la dialisi. Pesavo venti chili in più e a stento riuscivo a reggermi in piedi. Mi sentivo tradita dal mio corpo. Umiliata. Ma andai avanti.
La seconda chiamata: cuore-rene
Dopo due anni di dialisi, il cuore migliorò e potei entrare in lista per un doppio trapianto cuore-rene. Era ottobre 2024, una giornata che profumava ancora d’estate. Alle 10:26 ricevetti la chiamata: c’era un possibile donatore. Ancora una volta, una possibilità di salvezza.
Avvisai la mia famiglia, preparai il borsone e, accompagnata da mio marito, mi presentai in ospedale.
Qui la dottoressa ci diede tutte le spiegazioni necessarie. Io ero serena, pronta ad accettare qualsiasi esito, ma avevo paura per lui: temevo di lasciarlo solo.
L’intervento andò bene, ma il rene non era trapiantabile. Fu una grande amarezza, perché desideravo profondamente liberarmi dalla dialisi. Ci vollero mesi per accettare questa nuova realtà. Oggi vivo con un cuore nuovo, circondata dall’affetto della mia famiglia, con tanta fiducia e una profonda gratitudine. Attendo ancora il rene che mi permetterà di uscire dalla “schiavitù” della dialisi. E se tarderà ad arrivare, spero che sia perché sarà quello perfetto per me.
Cuore Aperto
Da bambina non capivo cosa fosse la donazione di organi. Non avevo idea di chi potesse essere un donatore. Pensavo che il cuore me lo avesse dato l’ospedale. Solo crescendo, e poi vivendo l’esperienza della dialisi, ho compreso il valore del “Sì” di chi sceglie di donare. È un valore immenso. Penso spesso a quella madre che ha perso suo figlio e ha scelto di donarne gli organi, mentre la mia viveva ogni giorno nella paura di perdere me.
Per questo ho deciso di testimoniare l’importanza della donazione anche attraverso la mia autobiografia, Cuore Aperto.
Grazie al Papa Giovanni
Nonostante tutto ciò che ho vissuto, l’ospedale non è mai stato “casa”. Vi entravo con rabbia, frustrazione e dolore. Ma ho sempre incontrato medici e infermieri ricchi di umanità. Li ho amati prima di tutto come persone.
E ogni volta dico: “Grazie a Dio sono in cura al Papa Giovanni XXIII”. È un ospedale straordinario. Come direbbe mio marito, è “una macchina da guerra per il bene”.
E io sono il loro soldato fedele.
Pelicula
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